EuroStory ’92: la Danimarca stupisce l’Europa

maggio 21, 2016

I primi Europei di calcio dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Impero sovietico non spiccarono per spettacolarità e bel gioco: nella memoria degli appassionati, però, rimarranno impressi per la favola di una nazionale che, da ripescata, sovvertì le gerarchie calcistiche del Vecchio continente. Nel gruppo 4 di qualificazione alla fase finale, tenutasi poi in Svezia, la Danimarca fu infatti preceduta dalla Jugoslavia: una nazione che di lì a poco si sarebbe drammaticamente smembrata, dando vita a un conflitto inter-etnico conclusosi solo tre anni dopo. Il 30 maggio 1992, in seguito alla risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Jugoslavia venne radiata dal torneo: i danesi si ritrovarono così catapultati in un Europeo che, a breve, li avrebbe incoronati campioni.

Danimarca

Il clima a cui la Danimarca era arrivata in Svezia, fra l’altro, non era dei migliori. Michael Laudrup, colonna portante e uomo simbolo della nazionale, decise di abbandonarla per visioni divergenti con il c.t. Richard Moller-Nielsen, reo di averlo sostituito durante la partita di qualificazione contro l’Irlanda del Nord: una scelta che il fenomeno del Barcellona rimpiangerà a vita. I futuri campioni furono inseriti nel Gruppo A, con Francia, Inghilterra e Svezia, mentre nel Gruppo B Olanda e Germania avevano il ruolo di favorite rispetto a Scozia e alla neonata Comunità degli Stati Indipendenti, squadra che rappresentava l’ormai dissolta URSS. Vittima eccellente dei gironi di qualificazione fu invece l’Italia, alle prese con gli strascichi di un Mondiale conclusosi amaramente: Azeglio Vicini visse da separato in casa e, dopo il pareggio con URSS che sancì la matematica eliminazione dagli Europei, fu sostituito da Arrigo Sacchi.

Come accennato già prima, lo spettacolo non regnò sovrano: nel primo gruppo Francia e Inghilterra andarono clamorosamente a casa, cedendo il passo alle due squadre scandinave. La Svezia, forte della nouvelle vague rappresentata dai talentuosi Brolin e Limpar era una delle favorite: la Danimarca conquistò invece il clamoroso pass per le semifinali battendo nel finale la Francia per 2-1. Nell’altro girone, Olanda e Germania proseguirono la loro marcia: bene gli oranje, grazie anche a innesti di qualità come Bergkamp, maluccio i campioni del Mondo, con una sola vittoria in tre partite.

I tedeschi, però, pur nelle difficoltà riescono sempre ad arrivare in fondo: questo ci insegna la storia del calcio che, anche in occasione di Euro ‘92, non si smentì. In semifinale, gli uomini di Berti Vogts ebbero la meglio per 3-2 sulla Svezia, regolata con una doppietta di Riedle e la punizione di Hassler. L’Olanda, invece, non riuscì a bissare il successo di quattro anni prima, infrangendosi contro il muro di una Danimarca molto equilibrata e brava nel colpire al momento giusto: il 2-2 finale portò le squadre ai calci di rigore, in cui fu decisivo l’errore di Marco Van Basten, uomo simbolo di Euro ‘88. La finale, a quel punto, sembrò poco più di una formalità: i tedeschi erano i favoriti d’obbligo, mentre per i danesi essere arrivati a quel punto era già un vero e proprio miracolo sportivo.

 

Ciò che differenzia il calcio da molti altri sport, però, è la sua imprevedibilità. A determinati livelli non esistono mai partite scontate, soprattutto se i più quotati commettono l’errore di sottovalutare gli outsider: Danimarca-Germania non sfuggì a questa regola. L’allenatore tedesco Berti Vogts inciampò sul più bello quando, con i danesi già avanti per 1-0 grazie alla rete di Jensen al 18’, decise di togliere Mathias Sammer, vero e proprio cuore pulsante della squadra, per il più offensivo Thomas Doll. Il risultato fu quello di sbilanciare la squadra, lasciando alla Danimarca la possibilità di chiudere i conti grazie alla rete di Kim Vilfort al 78’. Un gol, quella del centrocampista del Brondby, che è il più compiuto simbolo del trionfo danese: mentre Vilfort regalava ai danesi il primo, storico alloro continentale, sua figlia lottava infatti in un letto d’ospedale contro la leucemia, nemico che purtroppo si rivelò impossibile da sconfiggere.

denmark

Una vittoria del cuore, dunque: legata a quel lato di imponderabilità che fa del calcio uno sport magico, in cui i valori tecnici non sempre costituiscono il discrimine tra vincitori e sconfitti. La nazionale guidata da Moller-Nielsen, che aveva nel portierone Schmeichel e in Brian Laudrup i calciatori più rappresentativi, mostrò una coesione interna e una unione di intenti paragonabile, forse, solo a quella che permise alla Grecia di trionfare dodici anni dopo: un filo rosso non casuale, in un torneo che spesso porta alla ribalta realtà inattese.

Giorgio Tosto

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