EuroStory 2008: le Furie Rosse tornano in auge

maggio 30, 2016

A ottobre del 2006, dopo un deludente Mondiale culminato con l’uscita agli ottavi di finale per mano della Francia e soprattutto con due sconfitte sul groppone (una contro l’Irlanda del Nord!) dopo appena tre partite nel girone di qualificazione verso Euro 2008, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che la Spagna avrebbe aperto di lì a poco un ciclo formidabile di vittorie, il migliore della storia: due Campionati europei di fila, inframezzati dalla vittoria nel Mondiale 2010, avrebbero portato le Furie rosse nella leggenda del calcio, trascinate dai blocchi di Barcellona e Real Madrid e da un gioco molto simile al tiquitaca che Pep Guardiola impose in blaugrana proprio in quegli anni.

casillas

La prima guida della Spagna campione di tutto fu Luis Aragones: un duro, non certo un campione di diplomazia, finito al centro di roventi polemiche per una frase razzista pronunciata contro Thierry Henry. Il saggio di Hortaleza, sobborgo popolare di Madrid dal quale proveniva, riuscì a compiere il capolavoro della sua trentennale carriera da allenatore mettendo in campo una squadra tatticamente perfetta, in cui un calcio esteticamente gradevole condito da azioni palla a terra si coniugava con una tenuta difensiva invidiabile. Un successo che in casa spagnola mancava da ben 44 anni, figlio di una decisione che prima degli Europei ebbe del clamoroso: far fuori Raul Gonzalez Blanco, totem del Real Madrid e indiscusso puntero della nazionale fino ai Mondiali 2006.

Spain

Gli Europei del 2008, ospitati da Austria e Svizzera, iniziarono con la pesante assenza dell’Inghilterra, estromessa dopo il clamoroso ko interno contro la Croazia nelle qualificazioni: tra le favorite spiccavano la classica Germania, l’Olanda guidata in panchina da Marco Van Basten, l’Italia fresca campione del Mondo con Roberto Donadoni in panchina e la Francia di Domenech: oranje, bleus e azzurri furono beffardamente sorteggiati nello stesso raggruppamento, che comprendeva anche la Romania di Adrian Mutu. Un “girone della morte” che vide soccombere la Francia, battuta dall’Italia nell’ultima, decisiva partita: 2-0 grazie a Pirlo e De Rossi, con gli olandesi che battendo la Romania finirono la prima fase a punteggio pieno.

Negli altri gironi, la Turchia acciuffò una miracolosa qualificazione a tempo scaduto contro la Repubblica Ceca, qualificandosi al turno successivo in compagnia di Portogallo, Croazia e Germania, Spagna e Russia. I quarti di finale regalarono gol ed emozioni: la Turchia, contro pronostici e infortuni in serie, batté ai rigori la Croazia dopo averla acciuffata in extremis, la Germania regolò 3-2 il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la sorprendente Russia guidata in panchina da Hiddink e in campo dal talentuoso Arshavin asfaltò un’irriconoscibile Olanda e, infine, gli spagnoli regolarono l’Italia solo ai calci di rigore. Quella di Vienna tra Roja ed azzurri fu una partita tirata, in cui un equilibrio totale fu spezzato dall’errore dal dischetto di Di Natale, seguito poi dalla realizzazione di Fabregas. Punizione forse eccessiva per gli azzurri, apparsi comunque sbiaditi rispetto ai fasti di due anni prima.

Le semifinali contenevano già un indizio su quella che sarebbe stata la finale più logica: un’orgogliosa Turchia cedette alla Germania 3-2 con l’onore delle armi, uscendo tra gli applausi; la Spagna, sempre più schiacciasassi, cancellò dal campo Arshavin e compagni con un rotondo 3-0 maturato nel corso del secondo tempo. Xavi, Guiza e Silva accompagnarono le Furie rosse nuovamente in finale dopo 44 anni: di fronte, la solita rocciosa e coriacea Germania, rinnovata negli uomini ed esempio unico di continuità di risultati a livello europeo. Con la grana dell’infortunio di David Villa, attaccante del Valencia sin lì mattatore spagnolo con 4 reti messe a segno, Aragones decise di rinforzare il centrocampo lasciando a Torres il peso del reparto avanzato, con una fantastica linea mediana composta da Iniesta, Xavi, Fabregas e Silva: dietro di loro, il granitico Marcos Senna, brasiliano naturalizzato spagnolo, a fare da indispensabile frangiflutti davanti la difesa.

 

Nulla poterono Schweinsteiger, Klose, Ballack e Podolski: fu Fernando Torres a decidere la finalissima di Vienna, anticipando un incerto Lahm e l’uscita di Lehmann con un preciso e morbido tocco di destro che andò a spegnersi nell’angolino opposto. Capitan Casillas, al triplice fischio, alzò al cielo la rinnovata Coppa Henry Delaunay: la leggenda della Spagna campione di tutto poteva avere inizio.

Giorgio Tosto

Link utili: Calendario UEFA Qualificazioni Mondiali 2018Classifiche UEFA Qualificazioni Mondiali 2018


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *